Un omaggio a Orianna Fallaci

Museo ebraico, Berlino DSC06641La difesa dei propri principi

Orianna Fallaci fu donna di pochi compromessi. Fiera, acuta, per niente addomesticabile. Ci fu un episodio interessante nel lontano 1979, quando lei ebbe il permesso di intervistare Khomeini. Tale permesso le fu accordato solo a patto di indossare lo chador. Lei si presentò con la testa avvolta nel fazzoletto, ma, una volta seduta di fronte all’intervistato, si tolse il copricapo esclamando “tiranno!”.

Fu un incidente diplomatico. Certamente un fatto scandaloso. Ma infondo, che cosa ci fu di così eccezionale? Che una donna ebbe il coraggio di scoprirsi la testa davanti a Khomeini? Non per noi europei. Lo scandalo europeo, allora, non fu piuttosto il risentimento di tutti coloro che non avranno mai il coraggio di difendere i propri principi fino ad esporsi a pericoli, vergogne o imbarazzi di fronte a una massa statica di gente comune?

Le abbiamo viste tutte le giornaliste che riferivano in diretta dai vari paesi arabi, tutte con la testa avvolta nello chador, a meno che non erano registrazioni fatte negli studi. Nessuno si è chiesto perché queste giornaliste non ebbero il coraggio di rimanere “europee” in quelle occasioni. Come se un imprescindibile adattamento alle circostanze, difendibile solo fino ad un certo punto, fosse la cosa più naturale.

Ma dove è il limite? La sottile linea d’ombra tra l’adattamento necessario per ottenere un risultato magari ardentemente anelato e la capitolazione dei propri principi?

Uno dei principi fondamentali dei nostri tempi e delle società europee dovrebbe essere la libertà di pensiero. Ma poi, inevitabilmente, ognuno di noi deve fare le spese con quello che si potrebbe definire come convenzioni circostanziate.

Intendo le cose più banali, come un paio di jeans fuor di luogo in ufficio, la gonna troppo corta o troppo lunga, un trucco troppo pesante o per niente presente. Nella cerchia di amici sopportare modi e luoghi che ci fanno fatica condividere.

Sto parlando di tutti quei momenti di varia miserabilità in cui corriamo il rischio di adattarci per il bisogno di far parte di un gruppo, per poter far carriera, per sentirci accettati. Nei nostri tempi, per quanto li chiamiamo liberi, ci sono dei dictat piuttosto violenti e invasivi. E noi siamo spesso fin troppo pronti ad accettare quel che diventa poi un modo di dire o di fare di tutti e la valenza ne viene sancita per il semplice fatto che è condiviso.

Tutto questo si rispecchia fatalmente anche nella lingua. Per esempio, oggi morire non è più di moda. Sappiamo tutti che dobbiamo morire, ma la paura e l’impossibilità intellettuale e umana di accettare la propria fine è talmente imbarazzante che diventa indicibile, a tal punto che oggi la gente non muore più. Scompare. Si toglie una parola dal vocabolario per non sentirla e si sostituisce con un’altra.

Perché nessuno dei tanti giornalisti che da anni hanno sostituito la parola morte con la parola scomparsa, ha il coraggio di dire una volta sola: Signore e Signori, tal dei tali non è scomparso, nessuno lo sta cercando, perché non tornerà. È morto. Definitivamente.

Eppure viviamo nella vecchia Europa che è fiera di un passato filosofico di tutto rispetto. E che conosce queste forme di violenza alla lingua corrente per adottare una linea politicamente corretta di un determinato governo. E non sono decisamente ricordi degni di plausi. Non potremmo, oggi, nel ventunesimo secolo, avere la pace interiore, nonché la libertà espressiva di seguire i nostri principi intellettuali e, per esempio, accettare la morte e dirne il nome?

La Fallaci, invece perfettamente in linea con se stessa, si toglie lo chador e chiama tiranno costui che tutti noi avremmo definito tale. Ma glielo avremmo detto in faccia? In quel momento non avrebbe avuto il sopravento l’importanza del momento, ovvero di un’intervista importante con tutti i risvolti in denaro e successo connessi?

E qui occorre scegliere. Alla fine ognuno di noi deve prendere una decisione. Quanto sono importanti i propri principi e quanto valgono? A quanto sono disposta a rinunciare per potermi guardare allo specchio il giorno seguente. Quale è il mio prezzo? Ed è un prezzo che non mi verrà pagato, che non posso tradurre ne in successo, ne in moneta. È piuttosto il prezzo di una cosa chiamata dignità, che suona antico e sorpassato, oggi.

Un altro principio fondamentale della convivenza all’intero di una società è l’innegabile circostanza che laddove inizia la libertà altrui finisce la mia. Questo concetto induce ad arrivare alla conclusione che la difesa dei propri principi inizia con il rispetto. Verso se stessi e verso gli altri tutti.

Penso che ognuno di noi abbia il diritto nonché il dovere di difendere i propri principi a testa alta e con toni bassi. Anche perché viviamo in un tempo di relativa pace e in un paese con un governo relativamente democratico. Fortunatamente non siamo chiamati a difendere principi fondamentali contro un fucile puntato addosso. Personalmente mi ritengo fortunata di essere nata negli anni sessanta e in un’Europa priva di regimi totalitari.

Oggi, qui, è facile conservare la dignità della propria esistenza. Basta poco, infondo. La curiosità sufficiente per apprendere, la giusta lucidità per analizzare, modestia per distinguere l’utile dall’inutile. Basta cogliere la libertà interiore di accogliere se stessi e gli altri. E di comprenderci come essere umani fallibili che vivono, che possono vivere nel lusso autentico della libertà di scelta.

Poi occorre avere il coraggio di vivere i propri principi, di vivere davvero secondo il proprio credo. Uno dei principi fondamentali di una società civile dovrebbe essere, per esempio, è la gentilezza nei modi. È buona educazione rivolgersi in maniera appropriata agli altri, che siano amici e conoscenti oppure solo colleghi di lavoro. Ma è fattibile sempre? È possibile difendere questo principio? Quante volte ci si ritrova sotto pressione per molteplici ragioni buone e cattive e si reagisce seconda la gerarchia mortifera della debolezza umana, dando inevitabilmente delle risposte improprie, soprattutto nel tono di voce? Perché in quei momenti, invece di rendere un’offesa che sembra esserci stata inflitta, non ci prendiamo il tempo per dire: scusate, mi serve un minuto per tornare in me. Oppure, cosa per nulla disdicevole, appellandosi ad una buona dose di autodisciplina, si mette da parte quel che rende nervosi e ci si concentra in quel preciso momento, senza coinvolgere altri in cose che poi infondo non riguardano nessun altro che noi stessi?

Stare nel momento. Difendere la propria riservatezza. Essere e vivere dal proprio centro. No, niente di esoterico. Semplicemente assecondare il principio del tempo. Del tempo che è. A prescindere. Senza rincorrerlo, prenderselo. Farsene padrone. E consegnarlo quando sarà il momento.

La Fallaci ha il diritto di veder fatto salvo il rispetto che si conviene ad una donna europea che è libera di girare a capo scoperto. In quella circostanza, davanti a Khomeini, vi era una donna e non un essere inferiore costretto a coprirsi il capo. Vi era anche una giornalista europea. E Khomeini non aveva il diritto di chiederle di venir meno ai propri principi di libertà.

Oggi, la Fallacci è morta, non è scomparsa. Io ho il diritto di dire, di pensare che è morta. Lei ha consegnato il suo tempo e ha il diritto di essere morta. Spero per lei che sia stata una morte buona. La sua vita, ancorché sicuramente non in ogni momento, è stata una vita buona che ha lasciato tanto a tutti noi, meno istruiti, meno coraggiosi, meno impegnati.

Ma a noi ancora vivi è data la libertà di imparare qualcosa da lei. Come difendere i propri principi, per esempio.

La foto è stata scattata in un corridoio del Museo Ebraico a Berlino.

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